venerdì 11 ottobre 2013

L’ABBRACCIO


L’aereo sta per atterrare. Mi sporgo dal finestrino. La vista mi si offusca per le lacrime di commozione. Ma cosa faccio? Sto per ritornare in quella terra che mi ha stregato e piango? Vabbè…troppi ricordi….troppe emozioni all’ombra di quegli alberi, su quella terra rossastra che fa da pista da atterraggio . Ci sono! Sono di nuovo qui! E mi sembra di non essere mai andata via. Ho pianto tanto quel giorno di gennaio, quando non sapevo se sarei mai più ritornata. E adesso? Le grida di benvenuto mi raggiungono da tutti gli angoli di quella stessa strada che ora percorro a ritroso. Incrocio quegli occhi scuri e liquidi che non vedevo più da tempo. I piedini scalzi. I vestiti logori. I sorrisi smaglianti.
Gli scossoni dell’auto mi tengono sveglia sebbene la cappa di calore mi provochi un po’ di sonnolenza.  Non mi sembra vero. Una strana sensazione si impadronisce di me. Avevo conservato così bene la luminosità dei colori, i suoni della lingua, i gesti della gente che è come vivere un déjà vu.
Ad accogliermi gli amici. A stringermi le mani quelle persone con cui sono riuscita a mantenere un legame epistolare , dal momento che non ci sono altri mezzi di comunicazione in questo sperduto villaggio dell’est della RDCongo. Da lontano qualcuno mi sbircia. Timido alza una mano. Ma non è certo che sia davvero io. Nel dubbio, prosegue. E io resto un po’ delusa.
Mi fermo lì sotto la veranda a chiacchierare. I miei occhi si riappropriano degli spazi, avidi, impazienti. Ma cosa cerco ancora? Sono qui, no? Ma poi , eccolo. Eccolo quello che non mi aspettavo ma che volevo senza saperlo e che ha reso tutto incredibilmente NUOVO. Sono corsa fuori a vedere passare le mucche . Alcune ragazzine della scuola elementare, dove lo scorso anno ho tenuto un corso, mi hanno vista in mezzo al vialetto. Le ho salutate e loro mi sono venute incontro, ma invece di stringermi la mano come è costume salutare qui, mi hanno abbracciato!!! Si!!!! Abbracciato!! Un abbraccio caloroso, piccolo, dolce! L’ABBRACCIO di Rungu. L’abbraccio che mi ha fatto sentire DAVVERO a casa. Il mio cuore ha preso a battere furioso, ridevo come una pazza, stringevo una ad una quelle bambine e ho ripreso a sentirmi viva. Viva come non mi capitava da tempo.
È quasi una settimana che sono qui. Passeggio per queste strade, ritrovo persone che non pensavo di rivedere. Respiro il profumo dell’umidità tropicale, riammiro il cielo stellato con il naso all’insù. Immagino quello che sarà, ricordando quello che è stato.
 La gente continua a fermarmi per darmi il benvenuto, per dirmi Merci, per stringermi la mano e chiedermi della famiglia, della mia collega di servizio civile, per sorridermi. Io ricambio. Io rispondo. Io sono qui. Di nuovo. Adesso.


sabato 21 settembre 2013

NAKOZONGA

Saranno le sette del pomeriggio. Sento sulla pelle il caldo appicicaticcio della città. Sono appoggiata allo stipite della porta di una farmacia aperta proprio di fronte all’incrocio più incasinato di Kishasa. Il rumore del generatore di corrente piazzato fuori si confonde con la musica congolese onnipresente. Guardo l’interno della boutique. Pile e pile di farmaci stipati. L’odore tipico dei medicinali non manca. Guardo fuori e alla luce dei piccoli fuocherelli ai margini della strada vedo una mamma seduta su un gradino. Regge sulle ginocchia il suo bambino. A qualche metro di distanza un uomo sonnecchia su una sedia di plastica.
Sono di nuovo qui. Dopo otto mesi i miei piedi toccano il suo africano. È una bizzarra sensazione. Fino a poche ore fa ero in Italia, persa. Adesso sono qui ed è come non essere mai andata via.
Michel finisce i suoi acquisti. Torniamo per strada. Lo seguo a pochi  passi. La gente si accalca in gruppo. All’inizio non capisco cosa aspettino. È la prima volta che passo di lì a piedi. Quindi la prospettiva mi è nuova. Arriva il pullmino che funge da autobus. Ad un certo punto rischio di essere trascinata dalla folla che si spintona per montare. Sguscio via. La polvere si solleva. Le carte e le buste di plastica turbinano in aria con le folate di vento. Ci fermiamo a comprare del pane. Una tinozza piena di panini. Sul bordo esposti i pezzi in vendita. I franchi congolesi passano di mano in mano. Tiro su le buste. Seguo le trattative. Bene. Possiamo tornare indietro. Le macchine sfrecciano. Ti sfiorano. Triple , quadruple corsie scomposte. Portiere che si aprono. Mani che si intrecciano. Guardo avanti a me. La penombra non mi fa sentire a mio agio. E penso al villaggio. Penso che tutto questo non c’è. I piccoli negozietti che si affacciano sulla strada sono illuminati a giorno. Con la musica a palla. La gente cammina per fatti suoi. Uomini in giacca e cravatta. Donne corpose. Venditori ambulanti. I colori attenuati dall’oscurità.
Svoltiamo a destra e come per incanto niente più rumore. Niente più traffico. Si disperde in lontananza. Qui è ancora più buio. Camminiamo piano. Parliamo di questa nazione che mi ospita. Contraddizioni. Speranze. Scoperte. Arriviamo al centro. I bambini  sono seduti sulle sedie colorate. Stranamente calmi. Il pomeriggio hanno corso come matti. Adesso aspettano solo la cena per poi andare a dormire. Sono così teneri. Accarezzo la schiena di Samia. Penso alla sua vita passata in strada. Cosa avranno visto i suoi occhi? Come sarà stato per lei? Adesso è qui. Sembra felice. E io penso a quanto sia difficile capire certe cose. Guardo me stessa e mi dico che so veramente così poco.
La più piccola è davvero un mistero. Ha due anni. Vive nella casa per bambini di strada da qualche mese. È dolce. Parla poco. Sembra seria. Ma se le fai il solletico sorride. Un sorriso piccolo ma vero.

Ancora una volta mi ritrovo qui.  Le zanzariere. I rospi che cantano fuori dalla finestra. Ripenso al mio viaggio. A tutte le paure. A come già al primo scalo il cuore ha cominciato a battermi forte sentendo le prime parole in lingala.  E poi ieri. Quando un bimbetto di sei anni è venuto a sedersi accanto a me. Allora si che ho capito. Sono tornata. Sono qui.

giovedì 21 marzo 2013

DIVERSO


Mi sono sempre chiesta cosa potesse significare quella parola. Diverso. Cosa si nascondesse dietro quei suoni. Chi fosse questo fantomatico “ diverso”. E immaginavo sempre qualcuno che fosse strano. Facesse cose assurde. Vestisse abiti stravaganti. Soprattutto qualcuno che fosse lontano da me.
Poi mi sono trovata a vivere per un anno in un villaggio nascosto nel cuore della foresta tropicale, in Repubblica Democratica del Congo. Un giorno mi sono sorpresa a guardarmi intorno. Colori accesi. Un paesaggio completamente diverso da quello a cui sono abituata. Una lingua dai toni sconosciuti. Bambini con una pelle dal colore diverso dal mio. Un modo di vedere la vita diverso. Ho pensato: “Bene, devo adattarmi a queste novità, piano piano, aprirmi all’altro. Al diverso.
Il tempo è passato.
Ho incontrato tanta gente.
Ho lavorato nelle scuole.
Ho giocato con i bambini.
Ho dato una mano quando ce ne era bisogno.
Ho viaggiato nel fango.
Ho raccolto i fiori.
Ho stretto delle mani.
Ho condiviso gioie e dolori. Ho sorriso e ho visto rivolgermi  tantissimi sorrisi. Ho sentito addosso sguardi di disprezzo ma ho avvertito anche tanto amore. Ho avuto paura. Ho pianto. Ho abbracciato tante volte. Ho incrociato bellissimi occhi scuri. Ho ricevuto in dono una gallina ed un uovo. Ho guardato chi avevo vicino e ho visto che in tutto quel nuovo, in quel diverso, in quella terra lontana, se c’era una persona diversa, quella ero proprio io eppure mi avevano accettata lì, a casa loro.


mercoledì 27 febbraio 2013

IL CERCHIO


Sto cercando di trovare le parole più adatte per scrivere di questo giorno. Per ricordare cosa ho provato. Per rivivere le emozioni di quel 27 febbraio 2012. Quando per la prima volta sono montata in Land Rover, attraversato la foresta, ascoltato il benvenuto lungo la strada che mi portava a Rungu. Il mio villaggio.

L’idea di ripensare a quel momento mi ha fatto venire in mente un cerchio.

Avete presente, no? Prendi il compasso. Fai in modo che la punta resti fissa al centro. Prendi l’altra estremità e la fai ruotare lentamente. Lentamente. Con scrupolosa attenzione perché un piccolo tremolio non crei quelle increspature lungo la circonferenza che tu vuoi compaia perfetta. Ma alla fine, perfetta non esce mai. Almeno. Nei miei, di cerchi, quelle svirgolature non sono mai mancate. E se ci pensate la perfezione non esiste. Non c’è nei bambini sporchi che mi hanno abbracciato, negli occhi spenti di chi non spera più,  e in quelli ciechi di chi spera troppo e non guarda al presente. Non c’è nella signora che un giorno mi ha detto “ Io non ti saluto, dammi i soldi”. Non c’è nei famigliari di Joel che a 10 anni va a vendere i bignè e non ha tempo di studiare. Non c’è nell’insegnante che deve farsi bastare il suo misero stipendio per mantenere i suoi bambini. Non c’è in un amministratore che ama le formalità e canta a squarciagola l’inno nazionale. Non c’è sulle mani rugose di papà Joseph che lavora nei campi tutto il giorno. Non c’è sul camice macchiato del dottore. Non c’è sotto le unghie del venditore di papaye. Non c’è negli occhi del mio coco Abule, annebbiati dalla cataratta. Non c’è  nel sorriso sdentato della nonnina che mi ha detto “ Dio ti benedica!”. Non c’è nel mio di sorriso, disincantato di fronte a quello che ho vissuto.

Mi viene in mente un momento. Un ricordo. Ne ripesco uno ogni tanto.

E’ domenica. So che durante la settimana la scuola materna sarà chiusa per le vacanze di Natale. Bisogna terminare la pittura sul muro perché asciughi in tempo. Così mi trovo in cima all’impalcatura a spennellare il verde della chioma dell’albero. Intorno a me silenzio perché tutti sono in chiesa. Con la coda dell’occhio vedo qualcosa che si muove in basso. Quando si è soli, sovrappensiero, capita di prendere quelle paure esagerate, immaginando chissà quali esseri . Il cuore mi balza in petto. “Cosa..?”. E’ Matthew con  il suo smoking in miniatura. Con la giacca dalle maniche troppo lunghe per i suoi braccini da ometto di 6 anni. Mi guarda con gli occhi rivolti in alto. Verso me che sono come sospesa a qualche metro da terra. Stringe un sacchetto da cui succhia la sua bibita fruttata. “Ciao!” gli dico. Non mi risponde. Lo conosco bene. Lui è un po’ così. Sembra timido. Sembra che non ti voglia lasciare entrare nella sfera delle sue amicizie. Eppure. Eppure a scuola mi sorride sempre. Eppure oggi ha spinto il cancello socchiuso ed è arrivato fin qui. Per salutarmi, ne sono certa. Scendo giù e gli tendo la mano. Restiamo così. A guardare il disegno sul muro. Io mi passo una mano sulla fronte sudata. Lui continua a bere. Penso davvero che a volte le parole non servono affatto.

Sono dal sarto. Lui prende le misure , io i nomi dei bambini per la cucitura delle uniformi scolastiche. Alcuni parlano a bassa voce. Stringono le braccia sul petto. Sembrano intimiditi. Non so. In soggezione?  Di fronte a me?! Bè , sì, sono una delle poche bianche in villaggio e per loro suona strano anche se sono da mesi qui. Cerco di sdrammatizzare facendo qualche domanda qua e là. Non posso immaginare che qualcuno abbia paura di me. Uno degli insegnanti, mio coetaneo, che è lì mi parla per venirmi in soccorso. Per fare luce. “Deve sapere che alcuni bambini hanno paura di lei perché i coloni hanno mangiato i bambini qui in Congo”. Sorride. A me da ridere resta poco. Penso solo che il mondo è uguale ovunque. Il passato vive nel presente e spesso anziché aiutare a cambiare le prospettive non fa altro che fossilizzarle. Gli uomini di cazzate ne hanno, ne fanno e ne faranno sempre.

Ecco. Ne pesco un altro. E’ una mattina fresca. Come sempre trovo qualcuno seduto fuori alla casa della comunità. Oggi ci sono due donne. Presumo madre e figlia. Questa, giovanissima tiene in braccio la sua bellissima bambina di cioccolato. Le saluto e chiedo se posso prendere la piccola. La ragazza ridacchia guardandosi con l’altra e mi tende le braccia. Oh ! Come è dolce quel fagottino! Mi si avvinghia addosso e mi sorride. Mi sorride , si. Mamma e nonna ridono divertite e mi dicono che sono brava con i bambini. Si preoccupano perché il pannetto pesa. E’zuppo. Non vogliono che mi sporchi. Ma va? Importa forse qualcosa?

Rungu. Rungu .Rungu.

Il tempo è volato.
La gente che mi ha accolta è lì. La stessa che poi mi ha salutato. La stessa di cui ogni tanto ricevo i saluti in brevi mail. La stessa che mi dice “ Tornerai?”
La foresta è lì. Immutata? No. Tutto cambia. Ma sempre verde e lussureggiante.
I fiumi sono lì. Le sponde dei quali sono stati il mio posto preferito verso cui andare a passeggiare. Scorrono lenti. Ora pieni ora secchi.

Rungu. Rungu. Rungu.

Un anno fa ero appena arrivata. 
Non mi sembrava vero.
Non capivo niente.
Non sapevo come sarebbe stato.

Adesso?
Adesso non so a che punto è quel cerchio.
Quella circonferenza imperfetta che ho cominciato a tracciare.
Sta per chiudersi? E’ chiusa? Si chiuderà?

Ma forse rispondere a queste domande non importa.
Forse quello che importa è sapere che al centro di quel cerchio ci sono io e che questa volta, questa linea curva non è solo un disegno su un foglio di carta. È altro.
 È vita. 

lunedì 11 febbraio 2013

STRADE



Le mie mani puzzano di colori a tempera. Ho la maglietta macchiata di verde, giallo e azzurro. Irina con in braccio la piccola Julienne mi sorride dall’altro lato dell’obiettivo. Scatto. Una , due foto. Gli altri bambini si avvicinano per guardare. Uno invece resta in disparte e si osserva fissamente l’indice dalla punta fucsia. “Che roba è questa?” dice la sua espressione fra lo stupito e lo spaventato. Sono alla scuola materna. E mi diverto un mondo. Ho finito di dipingere la parete delle nuove aule. Ci ho messo su un bel prato verde su cui svolazzano le farfalle, un albero in lontananza abitato da una piccola scimmia. Sullo sfondo un cielo immenso. Con le nuvolone bianche. Il cielo di Rungu insomma. Come non permettere ai miei piccoli amici di renderlo loro? Di dare un tocco di vivacità colorata? Uno alla volta sono lì, ad immergere il ditino nella tempera per tracciare un fiore in mezzo al prato. Oh! Arrivano tutti in fila con il faccino a punto interrogativo “ ma cosa vorranno farci fare oggi?”. Appena vedono cosa fa il compagno, cominciano a fremere. “Anche io!”. Etienne pesa un pochino, lo sollevo. Faccio per prendergli la mano ma la scosta dalla mia. Vuole essere LUI  a tracciare la sua firma. Un petalo di sghimbescio, uno perfettamente rotondo. È soddisfatto. Sgattaiola via per lavarsi le mani. Sorride. E torna a guardare il suo capolavoro. Gli piace!

Per i più grandi lasciamo che immergano tutto il palmo della mano. Uau!!! Vi immaginate questi piccoli Picasso all’opera??? Ad un certo punto bisogna fermarli, se non vogliamo che dipingano davvero come lui. Mi guardano. Mi sorridono. Si nascondono. Mi si aggrappano. C’è chi vuole per forza essere preso in braccio perché lui ha scelto DOVE mettere la sua impronta. Proprio lì. Proprio in quell’angolo in alto a sinistra, a fianco all’ape. Non arriva. Ha bisogno di me. Lo sollevo. Osservo il suo sguardo. La concentrazione si nota nella punta della lingua rosa che fa capolino tra le labbra scure. Il cuore sta per sbalzarmi fuori dal petto per la felicità.

Mi guardo intorno adesso. Sono a casa. Seduta alla mia scrivania. Nessun bambino. Nessun prato. Sono rimasta solo io. Nessun altro. Ma la magia in qualche modo è qui. La sento. E allora mi rendo conto che i protagonisti di questo mio anno speciale, di questo mio anno di servizio civile sono stati loro. È vero. Io ci sono stata, sono stata là. Ho aperto i barattoli, ho versato i colori, ho indirizzato le loro manine. Ma i veri artisti erano lì, di fronte a me, intorno a me. 

Questo è stato. Ho preso una strada. Ho iniziato a camminare. Ho incontrato della gente. E per un certo tempo quella gente e io abbiamo camminato insieme.

giovedì 7 febbraio 2013

UNA PARTE MINUSCOLA DI MONDO


Kinshasa, 11 gennaio 2013

Sono le 21. Fuori un brusio di sottofondo accompagna la musica della radio accesa 24 ore su 24 ore. Un brusio che avevo dimenticato ma che allo stesso tempo mi suona così famigliare. Gomme che mangiano l’asfalto, motori che rombano, smog come una nube sulla città. Si, sulla città. Non posso più parlare di Rungu, del mio villaggio ma della capitale della Rdc, Kinshasa, eretta sulla costa del fiume Congo. Quel fiume così grande e maestoso, dalle acque dal color del fango,  quel fiume che diversi esploratori nel corso di secoli hanno solcato in lungo e in largo. Navigabile solo verso il nord, fino a Kisangani. Quel fiume che ritraggono sempre con in mezzo due uomini scuri in piroga stagliati contro il sole del tramonto. Li ho visti. Proprio quei due, si!
Come la  prima volta che sono scesa all’aeroporto, quasi un anno fa, anche questa volta l’afa pesante e umida mi ha travolto.  Ma niente oscurità,  solo il tum tum del cuore allo sportello stranieri. Ma fila tutto liscio. Ed eccomi qui da una settimana, lontana dalla natura, dal sole cocente e dalla gente della foresta. Il traffico che imbottiglia camioncini, auto e pedoni. Un girone dantesco? Forse si. Siamo costretti a chiudere le sicure delle portiere per evitare scippi di sorta e entrate senza permesso dei violenti poliziotti sempre a caccia di soldi da sfilare. Davanti a noi un serpentone di auto. A destra da uno dei mezzi pubblici ( una multipla stracolma di passeggeri) saltano giù i clienti. La fermata non esiste. Vuoi scendere o salire adesso? Salta su o smonta! Niente di più semplice e pericoloso al contempo! I venditori ambulanti ti ficcano la merce in grembo: fazzoletti, bibite ghiacciate, panini, occhiali da sole. Qualcuno ci grida di scendere. Qualcun altro ci fa il segno dell’ok, come a dire “brave per esserci venuti a trovare!”.
Vista con certi occhi Kinshasa assomiglia un po’ a Milano, soprattutto verso il centro. Grandi palazzoni, lunghi boulevard, una bruma grigia sospesa a qualche metro da terra. Il quartiere più chic abitato da diplomatici e ambasciatori. Lussuose ville guardate a vista. Dappertutto militari armati. Con un cipiglio duro da far paura. A chi poi? E perché? La RDC è un Paese in perenne stato di guerra, mi dicono, ecco perché. Bè, si, lo sapevo…ma…si vede proprio che ho passato un anno in un posto diverso. Me ne accorgo anche dai bambini. Se a Rungu bastavano due secondi perché un bimbetto seduto in chiesa due banchi avanti al mio rispondesse ai miei giochi, qui ci ho impiegato due ore perché mi sorridesse! Mi giro intorno e la voglia di gridare il saluto mi si inceppa in gola. Qui tutti camminano frenetici o se incrociano il tuo sguardo non ci leggi quella timidezza che si supera subito con un ciao, ma spesso un cipiglio nervoso, quasi stizzito. La mia mano si arresta e si chiude. Ingoio e sorrido del tipo che dorme su una sedia mentre dall’altro lato del marciapiede un motorino sfreccia a due centimetri da una jeep il cui conducente urla di tutto. Cavolo! Per la fare la siesta non è necessario stare nella quiete del tuo giardino!
A volte però inciampi in quelle immagini che ti confondono, ti spaesano…ma dove sono?  Entro nell’aula dove i bimbi di strada del centro per minori fanno lezione. Le filastrocche, i suoni, i colori, gli odori della mia scuola. I bambini ridacchiano, si spintonano. Fanno a gare per rispondere alla domanda. La nostalgia mi sfiora.
Scendo lungo il quartiere . Attraverso il mercato e ascolto quella lingua dai toni adesso più comprensibili per me. Adesso che manca poco e l’aereo mi porterà lontano da qui.
I ragazzi dello studentato mi chiedono come è la vita in foresta. Mi fa strano essere io a raccontare di una zona del loro Paese. Dico questo e dico quello . “ Ma no, dai? Davvero?”.
Eh, già è proprio così. Vivere in un posto non vuol dire conoscere una nazione o addirittura un continente.
 Non posso dire di essere stata in Africa e metterci un punto.
Non posso dire di sapere cosa è l’Africa e metterci un punto.
Non posso dire  di conoscere Rungu e metterci un punto.
Prima del punto devo dire di aver toccato una parte minuscola di mondo. Quella parte che per undici mesi circa è stata casa mia.

giovedì 17 gennaio 2013

“COSA POSSO FARCI SE IL MIO CAMPO E’ COSI’ LONTANO?”


22 dicembre 2012


Piene vacanze di Natale. Il villaggio sembra vuoto. Quando le scuole sono chiuse è sempre così. Una strana quiete. E io abituata al via vai degli scolari sono sempre lì in attesa. Come se da un momento all’altro dovessi sentire la campanella e vederli correre fuori con i quaderni in testa. Giovedì mi trovavo alla scuola materna per aiutare i bambini adottati a scrivere  le letterine di Buon Natale e Buon Anno al papà o alla mamma che li sostiene dall’Italia. Un accento mancante su una “e”, un po’ di disegni da modello sulla lavagna, una sgridata a chi sgattaiola fuori per giocare sull’altalena ( anche se alla fine a dondolare ci sono andata anche io!).

Nathalie , una piccoletta di prima elementare, con la testa bollente e il corpicino tremante era sdraiata sulla panca.  È ammalata ma come sempre è stata mandata fuori casa senza molta attenzione. Georgine mi dice di portarla all’ospedale perché in quanto adottata ha diritto alle cure mediche, intanto lei va a cercare qualcuno della famiglia perché se il dottore optava per l’ospedalizzazione qualcuno con lei doveva restarci! Così ho infilato i soldi in tasca, l’ho presa in braccio con addosso SOLO il suo consunto vestitino rosa e sono andata in ospedale. Ho seguito tutta la trafila. Prima ho comprato un nuovo libretto sanitario, poi ho fatto la fila per pagare la consultazione dal medico e quando l’impiegato è arrivato mi ha fatto passare avanti.  “Ma non segui l’ordine d’arrivo dei pazienti?” gli ho detto. C’era altra gente prima di me. Lui ha sorriso e ha continuato a segnare. Le preferenze di pelle mi fanno veramente girare quelle che non ho! Allora mi ha scritto la visita e siamo andate  a pagare e poi a sederci fuori dalla studio del dottore. La bambina scotta ancora di più e io già mi immagino il peggio. È così facile vedere smettere di respirare un bambino qui. La gente mi guarda e mi chiede se è mia figlia. Cosa posso rispondere? “SI”.

Anche il dottore mi fa passare avanti e durante la visita mi chiede cosa penso di fare al mio rientro. Cosa penso di fare per quest’Africa. Mi metterò a cercare fondi? Il cervello comincia fumarmi. “Possiamo pensare alla bambina?” Allora le prende la temperatura, 38,7 e nient’altro. Sarà malaria. Prescrive diverse medicine e l’ospedalizzazione. Fino ad adesso nessuno è venuto ad avvisarmi perciò sarò io la garde malade,  la persona che la assisterà. Il dottore mi guarda e ridacchia. Starà pensando “ oh questi bianchi folli!”.

Sono andata a pagare e mi hanno trovato una stanza a malapena. La pediatria è stracolma. Casi di anemia, malaria. Meningite. La stagione secca fa alzare tantissima polvere che veicola i vari virus e gli sbalzi di temperatura  del mattino presto e la sera indeboliscono il sistema immunitario. Le infermiere non mi sembrano per niente dolci.. Il lingala suona un po’ come il tedesco. Imperioso. Pieno di imperativi e senza per favore . Nathalie si stende sul materasso nudo in attesa delle lenzuola e le iniettano la perfusione di chinino. Le gocce scendono piano piano. Il chinino è pericolosissimo se entra in circolo a grande velocità. Geme un po’. Poi si  acquieta.  Allora mi guardo intorno. In ospedale ci sono già stata, ma mai come assistente di un paziente. È come vedere tutto per la prima volta. La stanza spoglia, le pareti sgretolate, odore di pipì, le padelle del cibo a terra sotto il comodino con i cucchiai sporchi. Un bambino con gli occhi sgranati che mi fissa apatico, un altro malnutrito senza forza in braccio alla mamma. Da quando sono qui è il primo che vedo in questo stato. Veramente come quelli dei film. Ossa. Ossa e ossa. Una testa enorme per di più. Non parla. Mangia quelle grosse larve bianche boccheggiando come un pesce. La testa gli pende all’indietro. Il pisellino una cosa grinzosa in mezzo a due ossa lunghe, le gambe. Chiudo gli occhi e caccio indietro le lacrime. Li riapro e chiedo alla signora some stava. Così mi dice che ha avuto la meningite, è debole, ha le febbre, la tosse, sono lì da tre settimane. Lei non ha nessuno a darle il cambio. È sempre con il suo bambino.  Intanto la mia malata si muove e mi indica qualcosa con il ditino.  E cosa mi chiede? Con la testa che scoppia, sudata, senza nessuno, con l’ago infilato nel braccio? Cosa può chiedere una bambina minuscola che vive con la nonna che lascia lei e i suoi fratellini soli in casa per tre giorni per andare al campo ( è questo che abbiamo saputo della sua famiglia) sdraiata vicino ad una bianca che ha pagato per lei usando i soldi che erano nella tasca sinistra? “Mbongo”. Soldi. È questo che mi ha detto. Questo . Dapprima un’ondata di rabbia, poi la rassegnazione. Non è certo colpa sua. Ripete, fa quello che le hanno insegnato , quello che vede. Ho pensato che quello che stavo facendo era inutile. Che ci facevo là io?
Mi è passata a poco a poco. Ho cominciato a chiacchierare con le mamme, in un misto linguistico. Ho incontrato alcune persone che conosco già. Ho pensato a Maria che lavora da 30 anni in questo posto dove cerca di portare i nostri criteri ospedalieri, ma invano. Ho visto girare l’ostetrica tutta bardata dopo il cesareo con le forbici del parto fuori dalla sala. Galline a beccare nelle aiuole fuori dalle camere, bucce di noccioline sotto il letto, bambini a cui veniva cambiato il “ pannolino” per terra. Ho pensato che è tutto così diverso e complicato. Ma allo stesso tempo così tanto semplice. Senza tanti se e tanti ma.
 Intanto era girata la voce che la demoiselle assisteva una bambina e che la sua nonna è una irresponsabile. Dire che qui sono sempre sotto i riflettori è un eufemismo. Grazie a questo passaparola  è passata una donna che conosce la bambina e  si  è offerta di assisterla insieme al suo di bambino, ricoverato anche lui. Così sono andata a casa dopo 4 ore. Che giornata più assurda. Ci sono tornata nel pomeriggio e ieri mattina. Sempre sola era. Mi hanno detto che era arrivata una bambina per stare con lei ma io non l’ho vista. Mentre ero là mi chiedono il gruppo sanguigno e se potevo donare perché c’era una bambina di tre anni con 2 di emoglobina. Moriva se non facevano subito una trasfusione. Il problema è che qui tantissimi sono anemici e sangue non c’è. Pochissimi donano. Va bene. Ho già donato altre volte in Italia. Allora vedono che sono zero positivo e posso farlo. 
 Allora dopo la caccia alla vena ( “E meno male che sono bianca!” ho detto al laboratorista) mi hanno tirato il sangue. Nonostante Maria dicesse che bisognava fare presto , tutti erano calmi. Io stessa non mi sono resa conto di quanto fosse grave la cosa. Ma qui sono così flemmatici sempre. Io non ho nemmeno sentito questa donazione come diversa dalle altre eppure ho visto che il mio sangue è servito a qualcosa. Comunque la bambina sta bene oggi. Sono passata ieri pomeriggio e anche stamattina. Nathalie è uscita. Ma la nonna si è fatta viva solo oggi . Calma.
“ Cosa posso farci se il mio campo è così lontano?”

mercoledì 5 dicembre 2012

MENTRE FUORI TUTTO SCORRE


Diversi “ ciao” raggiungono le mie orecchie. È il saluto dei bimbi che abitano lungo il sentiero che prendo ogni mattina per andare alla scuola elementare. Loro non sono alunni. Indossano stracci e un caldo sorriso. Adesso che hanno imparato questa parola nuova cominciano a cantarla appena scorgono i colori della mia maglietta.

Le maman mi danno il benvenuto “ Okomi? ( Sei arrivata?)”. poco più avanti il piccolo Alexis mi corre incontro. Le sue gambette magre gli impediscono un passo veloce ma a me sembra che voli. Ride felice mentre lo sollevo. Mi sussurra sottovoce le risposte alle mie domande. Vuole venire con me. “ Tokende ( andiamo)” , mi dice. Il suo papà non mi dà il permesso per oggi. Prima vuole comprargli un paio nuovo di sandaletti e lavargli la camiciola. Mi si spappola il cuore quando Alexis con la manina e con la vocina piccola piccola mi saluta. 

Molte delle capanne sono già vuote. La gente è partita nei campi per andare a prendere le foglie di manioca e le banane. Per preparare il pranzo giornaliero. Una signora riempie la vasca per andare a lavare i vestiti al ruscello. Un uomo si arma di machete e parte a tagliare la legna per il fuoco.

Prima ancora di entrare in classe sento il coro dei bambini che ripetono le nozioni in una lingua che non è la loro.  Ma quella dei colonizzatori. Quella ufficiale. Il francese.

Ogni volta che arrivo nello spiazzo antistante la struttura, mi piace soffermarmi ad immaginare. È uno dei posti più “aperti” del villaggio. La foresta è onnipresente ma mi guarda da lontano. Il cielo, illuminato da un sole cocente, si estende in tutta la sua bellezza celeste. E le soffici nuvole bianche lo rendono veramente suggestivo. Il vento caldo soffia libero da tutti i punti cardinali. Porta con sé l’odore dell’estate. Parlavo di immaginare, infatti. Immagino di fronte a me una distesa d’acqua marina. Fresca, dalla superficie leggermente increspata. La sabbia fine sotto i piedi. E per un attimo mi sembra di essere a casa. Mi capita spesso di sentirmici davvero.

Busso alla porta aperta e 49 bambini sorridenti mi danno il benvenuto. Con lo sguardo cerco di salutarli ad uno ad uno. Qualcuno mi sfugge. I suoi occhi sono chiusi, la testa posata sul banco. La maestra, nel suo abito congolese dai colori sì un po’ sgargianti, ma per me tanto elegante nelle linee, mi dice che è ammalato. Gli tocco la fronte. Brucia. E non è un eufemismo. Non è certo un caso isolato. Anche nell’altra prima ( 50 alunni) c’è chi ha la stessa temperatura. Chi si precipita fuori per vomitare. Chi piange e si tiene il ventre gonfio. L’umidità dell’Equatore, la monotonia del cibo, la trascuratezza nel curarsi. Questi e altri fattori la causa di malanni diffusi. Oh, ma questi bambini mi stupiscono sempre. Il giorno dopo li ritrovo in piena forma. Pieni di grinta e capaci di tutto. A volte, però, qualcuno non torna più.

Prendo il malloppo dei quaderni e vado a sedermi in fondo. Oggi scriveranno la consonante n con tutte le vocali. Non hanno libri da portare a casa nello zaino. La maggioranza lo zaino non ce l’ha. Chi lo possiede lo lascia sulle spalle per tutta la giornata. Non se ne separa mai. Una volta uno di loro ci aveva perfino infilato sopra la felpa! Lo stesso vale per la matita. Ci giocano, la usano come “ picchia compagno”, la mordicchiano ma non la mollano. La stringono in pugno come il bene più prezioso.

Non ho mai visto in una scuola ( è l’alunna che sono stata che parla) tanto entusiasmo e tanta voglia di fare esercizi o andare alla lavagna. Il ditino sempre alto e lo slancio incontenibile per farsi scegliere. Per essere il fortunato che andrà alla lavagna. È il turno di Christine adesso. In una mano il gesso, nell’altra il righello per tracciare il quadrato. Ad un certo punto prende dalla cattedra un pezzo di spugna e cancella. E adesso? Sono tre gli oggetti e le mani due. Ci pensa su un attimo. La decisione è stata presa. Posiziona la spugna in perfetto equilibrio al centro della testa. E riprende là dove si era interrotta. Sorrido estasiata. D’abitudine la testa è considerata un mezzo di trasporto. Che siano ceste di foglie di manioca o vasche di abiti lavati. Libri o fasci di paglia. La testa trasporta tutto. Anche la spugna per cancellare la lavagna!

La maestra si assenta un momento. Sono sola. Mi fissano con una timidezza che dura solo qualche secondo. Basta che il primo cominci a infastidire il secondo che il disordine prende il sopravvento. Controllarli è impossibile. Sedi una rissa a suon di sandali a destra e devi correre a capire perché piange quello a sinistra mentre un altro è corso a rubare la matita a chi è seduto avanti. Come faccio a fermarli?!?

Parlo in lingala ma questo non fa altro che provocare risatine ( un giorno ho dato il permesso a Dominique per uscire e andare in bagno. Questo almeno ero quello che io credevo mi avesse chiesto. In realtà è tornato a casa e la sorella lo ha riportato indietro!!!).


Passo al francese e perché non sbeffeggiare la demoiselle con le imitazioni??

L’italiano è l’ultima spiaggia. L’importante è non parlarlo ma cantarlo. Lo so, lo so. Questa non è certo la condotta di una buona insegnante ma…non lo sono mai stata e comunque, in qualche caso, questo per esempio, il fine giustifica i mezzi. Almeno catturo la loro attenzione! Mi fanno troppo ridere quando ripetono le mie parole…vieni con me, ti insegnerò la canzone della felicità…bobon bobon bobon!

A proposito di mezzi. Queste piccole pesti sono talmente vivaci e abituati anche a casa ad obbedire solo se ricevono qualche righellata, che costringono le maestre ad usare quei metodi che anche ai tempi del mio papà andavano di moda. Che dire? Esagerare non è certamente accettabile e su questo non ci piove. Posso assicurare, infatti, che il livello di punizione a cui ho assistito non è mai stato tanto grave da impedire al monello di tornare al suo posto con un sorriso già pronto a spuntare sotto i baffi! Io stessa ho impedito a cinque di rientrare a casa se non dopo diverso tempo che il resto era partito. Liberi di non crederci ma al permesso di uscire hanno cominciato a spingersi e a rincorrersi come se nulla fosse.

Un giorno però abbiamo tutti avuto paura. Eravamo andati nel cortile per osservare i luoghi vicini alla scuola. Al rientro mi trovavo vicino la porta per dirigere il traffico di entrata e vedo una cosa muoversi sotto la porta. Come una corda nera. Non volevo crederci. Ma appena il primo bimbo ha gridato “Gnoca ( Serpente)” per dare l’allarme, allora ho cominciato a sudare freddo. Chi era ancora fuori si è guardato bene dal muoversi. Mi preoccupava, infatti, la situazione di chi era già in aula. Mi immaginavo già il serpente che mordeva qualcuno! Insieme alla maestra siamo riuscite a tirare fuori tutti. Le grida avevano già fatto accorrere tutta la scuola e due ragazzini che lavoravano il campo vicino. Sono entrati e hanno seguito il serpente che passeggiava fra i banchi. Un colpo di machete e un sospirone generale alla vista del corpo, ma non solo. Anche urletti da stadio ad ogni singolo spasmo che scuoteva il rettile. Nero sulla schiena. Giallo sulla pancia. Lungo una settantina di centimetri, velenoso. Contenti per la sua fine? Si! Tutti. Soprattutto il cacciatore che ha portato a casa il bottino per una bella zuppa! Posso dire che il difficile è stato dopo. Convincere i piccoletti che non ne avremmo trovati altri e che potevano spostare i banchi e non sedersi là dove il sangue aveva sporcato il pavimento.

Durante l’ora di musica ho anche l’occasione di imparare l’inno nazionale. Sarà che quando andavo a scuola, le mie care maestre mi hanno trasmesso il senso patriottico imparando “Fratelli d’Italia” ma mi tocca sempre sentire “Début Congolais” e non posso fare a meno di pensare a questa Repubblica. A quanto sia ricca di contraddizioni politiche e culturali. Di tradizioni, credenze e culti ancestrali. Di odio. Di problemi viscerali. Di ricchezze rubate e mal gestite. Di vittimismi. Di odori. Di sogni vivi e sogni infranti. Di guerre. Di ingiustizie. Di inutili e fastose prassi burocratiche. Di colori. Di apatie. Di ribellioni. Di sofferenza. Di pregiudizi. Di sorrisi. Di vizi. Di morte. Di vita.

La ricreazione è uno dei momenti che preferisco. A volte resto fuori a guardarli rincorrersi, scalzi sulle pietre ( ma come fanno?) per match di football improvvisati; lasciare che l’acqua scorra sulle loro teste calde; abbuffarsi di mais bollito conservato nelle foglie di banano. Alcuni poi rinunciano a tutto questo solo per restarmi seduti vicino. Mi accarezzano le braccia e mi dicono tante cose. La maggior parte delle quali non capisco. Uno di terza, François, mi viene in soccorso. E mi fa da traduttore. Che tenero!

Dopo la ricreazione inizia la fase più faticosa. Il sole è già alto. Il caldo sembra fungere da abbassa palpebre. Anche solo scrivere diventa uno sforzo gigantesco. Lo so perché la prima vittima sono io. Penso che anche la fame giochi un ruolo importante. Abituati ad un solo pasto giornaliero, è vero, ma abituati a farlo in qualsiasi momento della giornata. Come può essere la mattina presto ( e non pensate a latte e biscotti ma a riso e fagioli) o il pomeriggio tardi. Ad un certo punto lo stomaco reclama. Ma per fortuna è solo un’ora e mezza e quasi sempre negli ultimi trenta minuti ci si dedica ai compiti. Addio sonnolenza e flemma, l’energia rimonta e cominciano i giochi del cercare di rubare le matite, di strappare le pagine altrui, dei pianti per non avere il quaderno perché “Papà alobi, mbongo azi te ( Papà ha detto che non ci sono soldi)”. È in questo momento che arrivano le mie crisi. Vengo chiamata da tutte le parti. Scorgo sui quaderni delle difficoltà insormontabili. Mi sforzo per farmi ascoltare ma invano. Fortuna che la campanella non tarda a suonare. Un momento. La campanella di cui parlo non è quella a cui siamo abituati noi. È un pezzo di ferro ( in molti casi il cerchione arrugginito di una ruota) appeso a due pali e che viene picchiato con un bastoncino.

I bimbi più grandi vengono a curiosare, là nella classe dove io cerco di mettere in ordine i quaderni. Poi, a volte, la fortuna di sentirli cantare la preghiera. C’è una canzone dedicata a Maria che intonata da quelle teneri voci mi fa venire i brividi.

Saluto la direttrice e mi avvio sulla strada del ritorno. Oh, quanto mi piace tornare a casa! Perché? Perché non sono MAI sola. Tre, quattro,cinque. Un gruppetto mi si affianca. Chi fa a gara per tenermi la mano. Chi ha troppo caldo, resta in canotta e si avvolge come un turbante la camicia sulla testa. Chi mi chiede soldi o caramelle. Ma anche soldi e caramelle. Chi ha in bocca un filo d’erba. Chi continua ad indossare i panni del capoclasse anche fuori. Chi mi chiede se domani andrò ancora.

Alcune capanne sono esattamente così come le ho lasciate. Altre brulicano di vita. “Osongi? (Rientri?)”, mi chiedono. “Ehhhhh!”. Confermo alla loro maniera. Con questa “e” strascicata. Non so perché ma quando mi parlano come una di loro mi sento bene. Magari fosse sempre così. Purtroppo non lo è. Il disprezzo è dietro lo sguardo cupo della donna che non risponde al mio saluto. Dietro alle parole di chi mi ha detto che alcuni bambini hanno paura di me perché i coloni europei hanno mangiato i congolesi. Dietro alle risate di chi mi indica quando passo di fronte al mercatino.

Salto con un balzo il ruscelletto che si trova per la strada. Lo stesso che ingranditosi, una volta, mi ha costretto a prendere il percorso più lungo sotto la pioggia. Gocce fredde fredde. Maglia fradicia. Occhi mezzo chiusi. Ma che sensazione di libertà!

Siamo usciti sulla strada principale. Il via vai è continuo. Commercianti ambulanti, bici stracolme. Rivoli di sudore scendono lungo la schiena. Donne con la legna accatastata in testa. Già alcuni ragazzi che tolta la divisa portano bidoni carichi d’acqua. Il villaggio non si ferma mai. Arrivo a casa. Saluto i lavoratori e il resto della comunità. Entro, mentre fuori tutto scorre.

lunedì 5 novembre 2012

SOLO


Il vento soffia leggero fra i rami e le foglie. I miei piedi marciano cauti. Un passo dopo l’altro. La testa china, attenta a possibili movimenti strani. I profumi si alternano. Ora sono tenui e delicati, un attimo dopo aspri e pesanti. L’aria è umida, quasi tangibile. Qualche goccia d’acqua rotola giù dalle foglie larghe come ombrelli. Il colore dominante è il verde. Sono nel cuore palpitante della foresta equatoriale, quella foresta dell’Africa Nera di cui, fino a poco fa, avevo solo letto o visto nei documentari insieme al mio papà.
Qualche volatile salta da un ramo all’altro. Grosse formiche procedono in fila indiana. Non mi era mai capitato di imbattermi in esemplari così grossi! Fanno un vero e proprio brusio al loro passaggio. Ognuna trasporta delle uova. Come sentinelle, ogni tot, le vedette, posizionate all’esterno della colonna, sorvegliano la marcia delle compagne. Incredibile!
I miei accompagnatori, Fabio, l’agronomo italiano, Joseph, l’agronomo locale e Nicolas, coltivatore figlio della foresta, scandiscono il ritmo dell’escursione. Fabio sta portando avanti un progetto sulla biodiversità forestale che prevede la realizzazione di un orto botanico anche a sostegno della medicina tradizionale. È per questo che si reca nella foresta facendosi accompagnare dalla gente del posto. 
Nicolas è in testa. Armato di machete ( la tipica ascia congolese), ci apre la strada. Ci fermiamo sotto un grande albero. Ci dice di pazientare. Si allontana, sparisce dietro un  muro di liane. Qualche colpo di machete ed eccolo riapparire con un ramo stracolmo di foglie e qualche bacca rossa. Comincia con il dirci il nome della pianta. Anzi, no. I nomi. In due lingue diverse, lingala ( una delle 4 lingue veicolari della RDC) e chimbetu ( la lingua della tribù maggioritaria a Rungu). Nicolas ci svela un mondo tutto nuovo. Cosa quella pianta può curare, come preparare l’infuso, quante volte al giorno somministrarlo. Ho pensato che è davvero come si dice: la natura ha tutto quello di cui l’uomo ha bisogno. È anche vero però che, spesso, la medicina tradizionale e i suoi praticanti ( quelli che noi chiamiamo stregoni o guaritori ma che qui sono conosciuti come “ganga kisi”, cioè donatori di medicinali, o féticheur) non sono capaci di risolvere tutti  i mali, ma per quell’oscuro lato dell’essere umano tendente alla frode e al guadagno a discapito di chi tenta l’impossibile per uscire dal tunnel della malattia, provocano morti evitabili se solo riconoscerebbero umilmente di non saper affrontare determinati casi clinici.
Fabio prende appunti e cerca di far corrispondere a quegli strani nomi dal suono ricco di “gb”, il nome scientifico, ora di quest’arbusto, ora di quel frutto.  Io  mi limito ad ascoltare e a racimolare rametti e radici. È così rilassante aggirarsi fra questi alberi! Ma non posso non fare caso a quella vocina nella mia testa, una vocina che richiama il consiglio di un amico ora in Italia, “ Ricorda che i serpenti non sono solo sul terreno. Possono anche cadere dal’alto. Dagli alberi”. È per questo che di tanto in tanto il mio sguardo si sposta frenetico dalla terra verso il cielo.
Sostiamo lungo le rive di un minuscolo ruscello che attraversa la risaia. Nicolas ci offre un pezzo di canna che cresce sulle rive. È come una caramella. Ricca d’acqua e zucchero. Ottima per soffocare la sete nelle mattinate tropicali. 
Poco dopo mi ritrovo a correre all’impazzata per non permettere alle terribili formiche urticanti di arrampicarsi su per le scarpe. Sono migliaia. In ordine sparso occupano un grande tratto del sentiero. Terribili! Qualcuna mi ha raggiunto il polpaccio. Mi fermo per cacciarla via. La sua boccuccia affonda nella mia pelle. Uno scricciolo dalla forza inaspettata!
Come se non bastasse ho il piede sinistro zuppo ! Saltare per valicare il ruscelletto mi ha trovato un po’ fuori allenamento, ahimè, pazienza!
Joseph mi mette alla prova indicandomi un albero alla nostra destra.           “ Questo lo conosci”. Guardo attentamente. Comincio a sparare qualche nome. Poi mi si accende una lampadina. Stacco una foglia e l’annuso. Un profumo che mi riporta in un altro luogo. “ Citron ( limone)!”. Ho indovinato! Che bello!!!
Quando nel senso opposto arriva qualcuno che ritorna con la provvista di legna accatastata sulla testa o con lunghi fasci di canapa per coprire il tetto della propria casa, il sentiero diventa troppo stretto e mi stupisco ancora una volta della loro capacità di infilarsi nel fitto della boscaglia per poi ricomparire dopo il nostro passaggio.
Ci lasciamo alle spalle il fitto della foresta e torniamo fra le capanne del centro abitato. Il sole, prossimo al tramonto, colora il cielo di bellissime tonalità. Rosa, violetto, celeste, giallo caldo, bianco. Non posso fare a meno di sollevare il capo e lasciare che i miei occhi catturino questa quiete dipinta. In lontananza il suono del tam tam ( il tamburo). Il fumo dei fuochi all’aperto sale verso l’alto. Quasi come una nebbia ci impedisce di vedere chiaramente l’arcobaleno che fa da corona alle chiome degli alberi. La notte sta per colorare di nero tutto ciò che ci circonda. Solo fino a domani. Solo prima che ancora una volta Rungu si risvegli. Solo per ricordarci che siamo qui anche se il buio ci impedisce di vedere. Solo.

martedì 23 ottobre 2012

COMPAGNI DI VIAGGIO


 Rungu, 23 ottobre 2012

Oggi lascio che a parlare sia una persona speciale. Una simpatica e energetica signora nata nel 1937! È una delle mie compagne di questa incredibile avventura… Ha scritto questa lettera per ringraziare i suoi amici per ricordare un’occasione particolarmente degna di nota…! Grazie per il tempo che dedichi a me e a tutti noi!  
Vai Mariaaaaaaaaa!!!                                                             

“A proposito di tempo, sapete che ho festeggiato i miei 30 anni in Congo? Mi sembra ieri quando appena arrivata ho iniziato a lavorare all’ospedale “La Visitation” e lo smarrimento era il mio unico compagno. Piano piano la consapevolezza della mia scelta mi ha riempito di coraggio e come vedete sono ancora qui, con l’unico rimpianto di non essere arrivata prima!

Posso dire di avere visto nascere, crescere e anche morire tantissime persone, ognuna delle quali ha lasciato un segno nella mia vita. Ho incontrato tante difficoltà legate alle differenze culturali. Ancora adesso, per esempio, per molta gente è difficile accettare una malattia o addirittura la morte senza addossare la responsabilità del male ricevuto ad una persona di cui si riesce a conoscere l’identità facendo ricorso al culto tradizionale dello stregone.

Nonostante i tanti ostacoli che ho trovato per la strada, resta però la gioia dei ricordi custoditi negli anni passati tra le sale dell’ospedale.

I sorrisi stanchi delle neo mamme.

Le manine minuscole dei due gemelli, uno più scuro dell’altro, nati prematuri.

Gli sguardi vivaci dei bambini che dopo una violenta crisi malarica ritornano pronti per le loro marachelle.

I consigli che ho dispensato e quelli ricevuti dalle signore dalla pelle grinzosa, vecchie prima del tempo, spossate dal lavoro nei campi.

Le numerose volte in cui mi è stato chiesto di dare il Battesimo a un bebè troppo debole per sopravvivere , meno ancora capace d’aggrapparsi al seno della mamma già rassegnata a perderlo e il cuore che mi si stringeva dalla sofferenza ma che , in alcune miracolose occasioni, ha potuto anche gioire di una ripresa insperata. E c’è chi tra queste mamme viene poi a trovarmi spingendo avanti a sé quel bambino. Come a dire  “ Eccolo, guarda. È ancora qui!”.

Le visite ai bimbi del Centro Nutrizionale, sempre così imprevedibili, volubili, quasi adulti nel modo di fare, cresciuti troppo in fretta, impegnati a cercare un affetto che non trovano e a sopravvivere alla fame. Questa è una battaglia che spesso scopro che hanno vinto. Mi capita, infatti, di camminare per le strade dalla polvere rossa e fangosa e di ritrovarmi a rispondere al saluto di un ragazzino “ Bon jour demoiselle Maria!”. Un attimo per riconoscere dietro quelle braccia robuste che stringono dei quaderni consunti , uno di quei pazienti che temevamo di perdere. Adulto adesso. Alcuni li abbiamo visti frequentare la scuola materna, passare alle elementari e venire a chiedere lavoro per pagarsi il liceo e perché no, anche l’università.

C’è anche chi, proprio una settimana fa, ha fatto la sua promessa di fede, entrando nella congregazione dei Padri Comboniani e partirà per la sua missione in Perù. Una festa grande e sentita da tutta la gente. Si dice bene che qui i figli sono di tutti! Anche miei, che ho una pelle di un altro colore! Le differenze spariscono quando gli eventi della vita ci rendono compagni di viaggio e ci ritroviamo insieme a condividere le gioie e la voglia di vivere .

Parlando di viaggi, proprio lo scorso maggio si è presentata una piacevole occasione per ritornare ad avventurarmi come non mi capitava da tempo. La nostra comunità è stata invitata a prendere parte alla conclusione del lutto per la morte dello chef di Babagu, un villaggio che dista 65 km da Rungu. Spostarsi in moto per le strade dissestate di questa provincia, è stata un’impresa non da poco anche per una spericolata come me! La foresta da spartitraffico, la pioggia ad appesantire i nostri zaini, il fango e le buche a rallentarci il cammino e a costringerci a smontare e a procedere con l’acqua fino alle caviglie. Ma è stato anche un viaggio animato dai saluti degli abitanti delle capanne sparse lungo il margine della strada. Le corse dei bambini stupiti dal passaggio di quattro moto e quattro europee. Le grida di benvenuto in lingua locale di chi mi ha riconosciuto dopo tanti anni. Un tempo, quando le strade lo permettevano, insieme a Georgine, avevamo l’abitudine di fare catechesi e di distribuire la Comunione anche fuori dalla nostra parrocchia, per questo a Babagu ho ritrovato gente che mi conosceva. Mamma Leontine, per esempio, che non smetteva più di abbracciarmi e che ha insistito che accettassi come dono uno dei suoi polli. La semplicità di questa gente nel dimostrare il suo affetto non potrò mai dimenticarla.

La nostra piccola missione di ministre straordinarie continua anche adesso, ma solo nei quartieri di Rungu. Ogni domenica pomeriggio, indossiamo i nostri sandali consunti ma solidi e ci addentriamo nei quartieri per scambiare due chiacchiere con i malati, con gli anziani, con gli amici di un tempo e con i nuovi arrivati, magari profughi che hanno fuggito la guerra dell’est del Paese. L’ospitalità non manca mai. Anche l’onore di entrare nelle loro case. Non è abitudine qui restare tra le mura di una capanna. La vita si svolge sempre fuori. Nei campi, per le strade, in foresta. Avere il permesso di entrare all’interno di quello che è il cuore della famiglia è un gesto che mi fa sempre tanto piacere ricevere.

Al centro di tutto questo c’è la mia vita in comunità. Una vita fatta di condivisione quotidiana e di incontri speciali. Preti, frati, suore, laici, giovani, madri, padri, zie, provenienti da ogni parte del mondo. Gente che per un po’ della sua vita ha condiviso un pezzo del suo viaggio con me. Adesso, per esempio, ospitiamo tre giovani collaboratori : due ragazze che stanno per terminare il loro anno di Servizio Civile e un agronomo che segue un progetto sulla biodiversità forestale. Averli tra di noi rappresenta uno stimolo tutto nuovo e brioso che ci permette di ritrovare la nostra giovinezza e la nostra voglia di vivere, sempre all’insegna della missionarietà!

E dalla lontana Italia? Ci siete voi. Tutte quelle persone che ci sostengono con l’affetto, la preghiera, la generosità e l’entusiasmo, tutti fattori che ci rendono felici della nostra scelta e grati per il sostegno ricevuto!”


giovedì 20 settembre 2012

NANANANANANANA!



“Siiii, viaggiareeeee! Nanananananana!” Non ricordo come continua questa canzone di Battisti ma è il motivetto che canticchio silenziosamente mentre carichiamo gli zaini per il nostro viaggio a Dungu. Sono le 6:30 di sabato 8 settembre. La nebbia è scomparsa lentamente per fare spazio ad un sole caldo e carico di promesse. Si parte finalmente! Lasciate alle spalle le fobie (legittimamente fondate) per un’eventuale serie di imprevisti che ogni viaggio che si rispetti può nascondere, montiamo sulla nostra Land Rover bianca un po’ arrugginita. Dido ed Emmanuel sono i nostri autisti. Celestin e Faustin ci precedono in moto.
Un attimo. Sto correndo troppo. Occorre fare una piccola premessa. Qui il mezzo di locomozione per eccellenza è la moto ( terzo solo ai piedi e alla bicicletta). Le caratteristiche strade congolesi che attraversano come stretti serpenti di polvere e fango rosso la foresta tropicale sono capaci di svelare stupendi angoli di natura incontaminata solo grazie ad una buona dose di equilibrio, stomaco resistente agli scossoni e muscoli allenati. Le auto? Qui? Un miraggio! Ricordo bene il giorno del nostro arrivo ( quasi 7 mesi fa). I bambini che ci correvano incontro gridando “mo-tu-kaaaaa”. Mi sono chiesta da dove derivasse quell’entusiasmo, quello stesso tono usato quando si vede qualcosa di raro.
Intraprendere un viaggio in auto E’ un evento RARO. E questo l’ho capito mentre tentavo di uscire in fretta dal sedile posteriore mentre l’acqua rossa si faceva largo nell’abitacolo. Eravamo immersi fino alle portiere dal lato sinistro e impantanati nel fango dal lato destro, il tutto in un precario equilibrio. Cavolo, ho pensato! E meno male che il nostro amico agronomo ci ha detto “Ma cosa può succedere?”. Non potevo fare altro che pensare, dal momento che la mia forza di ragazza era insignificante in confronto a quella dei miei quattro amici congolesi che tentavano di tirarci fuori da quella pozzanghera. Ed eravamo partiti da quanto? Un’ora? Cosa altro poteva succedere? Sobbalzare decine di volte; dare testate al tetto della jeep; corrugare le sopracciglia al suono di scricchiolii dalla dubbia provenienza; avere l’orribile sensazione di stare per vomitare; temere che, durante uno degli svariati tentativi di venir fuori dal pantano, il cambio resti in mano a Dido come nella più classica scena da film; preoccuparsi per Celestin che cade con la moto scivolando nel fango. Ecco cosa.
Intorno a noi solo la macchia di un colore, il verde. Il verde dei grandi alberi della foresta tropicale. Le grida dei bambini che abitano i minuscoli villaggi disseminati lungo la strada. “Karibu mondele!”, Benvenuto europeo. La fatica dei commercianti ambulanti che percorrono il nostro stesso itinerario spingendo biciclette stracariche di sacchi d’olio di palma e maiali incazzati per lo spostamento imposto. Il sorriso. Il sorriso è la cosa che mi ha colpito ancora una volta. Capita di incrociare lo sguardo serio, oserei dire spento, di una donna con le foglie di manioca sulla testa. Un secondo dopo sollevo la mano per salutarla. Ed ecco la magia. Il suo viso si apre. Si apre, sì. Non c’è verbo migliore per descriverlo. Si apre in un bellissimo sorriso. Caldo. Vero. Illuminante. Un attimo prima mi dicevo: ecco, sta pensando a me come alla bianca ricca e presuntuosa. L’attimo dopo quella luce sul suo viso e la gioia nel mio petto.
Il paesaggio è cambiato adesso. Alti fili d’erba. Il cielo più vicino. Stiamo attraversando un tratto di savana. La stagione delle piogge ha permesso alle foglie di svilupparsi in altezza e non è difficile correre con la fantasia. Un leone acquattato dietro quel cespuglio, un elefante che si abbevera a quella pozza laggiù. In realtà sognare ad occhi aperti non è facile. Abbiamo bisogno di fare una sosta d’emergenza. La camera d’aria dello pneumatico anteriore destro si è bucata. Niente panico, ragazzi! La ruota di scorta è montata sul cofano proprio per queste occasioni, no? Può sembrare stupido ma per pura deformazione mentale all’italiana pensavo “non c’è due senza tre”. Ed ecco la terza. Siamo da poco sbucati fuori dalla deviazione ( 60 km che sostituiscono i dissestati 21) che è l’unica che ci permette di raggiungere la nostra meta senza (troppi) intoppi e che ci ha offerto anche la possibilità di vedere con i nostri occhi il centro dell’Africa. Si trova a Niangara ed è segnalato da una sorta di obelisco mezzo distrutto. Come molte delle costruzioni di questo villaggio fantasma. Attraversata da uno dei grandi affluenti del fiume Congo, l’Uélé,  Niangara conserva i resti della colonizzazione belga. Case dai tipici mattoncini rossi alternate alle capanne di fango ormai a me tanto famigliari. Un grande viale di alberi di mango. Alti, belli, slanciati. Come sentinelle al nostro passaggio. Uno di questi è sdraiato in mezzo alla strada. Tutto intorno si affannano uomini e donne armati di machete. La nostra auto ha bisogno di spazio per passare. E così su quelle braccia dalla pelle scura il sudore scivola in fretta per liberarci un varco. La gente ci guarda. Alcuni si limitano a salutarci. Altri ci propongono il matrimonio. Altri ancora restano in silenzio. Un silenzio che lascio spazio alla mia immaginazione. Cosa stai pensando ragazza dagli occhi neri e liquidi? Cosa pensi di questa tua sorella mondele che viene da una terra forse tanto , troppo ben stereotipata? Non lo so. Una voce attira il mio orecchio mentre riprendiamo il nostro viaggio : “ Demoiselle, ça c’est la souffrance du Congo!”. Ecco, sì. Avevo dimenticato. Forse me lo merito. In fondo in quel momento sono la rappresentante di quella categoria di uomini che da anni sfrutta questo continente. Perché non farle notare che qui la gente soffre? Tutto questo mi fa uno strano effetto. Da un lato sento che c’è la verità, dall’altro so che ogni luogo, ogni ambiente, ogni situazione presenta delle difficoltà. Difficoltà relative a quel contesto. Credere che si è sempre le vittime di una situazione può aiutare ma anche ferire.
Ferite. Sì. Sembrano proprio delle ferite quelle crepe nel terreno che si snoda davanti a noi. Dare una struttura uniforme a queste strade è un’impresa ardua. Rivoletti di fango solcano la superficie. La moto di Faustin slitta. Sarà meglio fermarci a mettere qualcosa sotto i denti. Non ci sono autogrill, solo una capanna con due panche. Non c’è un tabellone con il menù del giorno, solo una scelta: piatto unico, riso, fagioli, pondù, pollo.
Il paesaggio cambia di nuovo. Torniamo nella foresta. Proprio quella con gli alti alberi da cui pendono le liane. Proprio quella dove la pioggia breve della mattinata ha creato delle poltiglie di fango color terra di Siena. Proprio quella che mi ricorda tanto Jurassic Park. Ad un certo punto mancavano solo le strida di un T-Rex….ma la seconda buca alla camera d’aria non si è fatta attendere. Questo perché è entrata in gioco , per effetti della interculturalità incarnata dalla mia compagna italo-nicaraguense, la deformazione mentale del “non c’è tre senza quattro”. Sempre pneumatico anteriore destro. In pratica la nostra unica e ultima ruota di scorta. Che si fa adesso? A quanto pare il villaggio più vicino dista parecchi chilometri e gli unici che potrebbero darci una mano sono una cinquantina di operai locali impegnati nel caricare un gigantesco camion arancione ( un bestione che con le sue enormi ruote non fa che rendere ancora più impraticabili le strade già precarie) di plance di legna. Dico potrebbero perché in realtà hanno fretta e dopo averci lanciato qualche occhiata maliziosa ( due bianche in mezzo alla foresta…chissà come e cosa hanno pensato) montano su e ci lasciano lì. È quasi l’imbrunire. Non è certo consigliabile farsi sorprendere dalla notte in un punto tanto lontano da un centro abitato che seppur piccolo è sempre sinonimo di sicurezza. Relativa, ma sicurezza. Nessuno dà voce alle paure ma tutti e sei sappiamo che i gruppi ribelli di cui abbiamo tanto sentito parlare bazzicano da queste parti. I nostri fantastici 4 allora se ne inventano una alla congolese. Ci mettiamo a raccogliere foglie per creare una camera d’aria vegetale di modo che il nostro pneumatico possa fare qualche chilometro. Cosa pensavo in quei momenti? Che figata! Un’avventura! Ero lì ma mi sembrava di non esserci. Come sempre. Mai e poi mai mi sarei immaginata di vivere una cosa come questa. Quanto il mondo è vario? Se solo ci fermassimo ogni tanto a pensare che già fuori da casa nostra, e poi dalla nostra città, dal nostro Paese, dal nostro continente c’è tutto un altro modo di vivere, pensare, muoversi, agire, sarebbe tutto più entusiasmante e meno scontato. Non lo pensavo solo per me. Lo pensavo e lo penso anche per i congolesi che spesso, come tutti i popoli , parlano come se fossero i soli a vivere certe situazioni. Non dico che non sia bizzarro ritrovarsi a marciare a passo d’uomo su una jeep che non è più bianca ma ricoperta di schizzi al color di cioccolato con delle foglie stipate nello pneumatico ma chi, ovunque nel mondo, non si è trovato a gestire una serie di eventi bizzarri? Quel giorno è toccato a noi. Faustin e io siamo saliti in moto per cercare di raggiungere il villaggio che dista 30 minuti da Dungu, fiduciosi in un aiuto. Mentre lasciavo che il vento mi sferzasse le guance, guardavo i colori cambiare. Il sole di preparava a dormire e noi eravamo in mezzo al nulla. Un nulla che ad un certo punto si è riempito dei suoni della mia lingua. Il frate che ci ha accolti parlava italiano ma solo per dirci che non avevano mai avuto un auto! Dovevamo arrivare a Dungu se volevamo riuscire a trovare una ruota. Bene. Non potevamo certo lasciare gli altri nell’attesa, perciò siamo tornati indietro e ,caricata l’altra moto, abbiamo lasciato che Emmanuel e Celestin dormissero in un villaggetto dove avevano parcheggiato la nostra vettura con uno pneumatico pressoché inesistente ormai.
Non sono mai stata appassionata di viaggi in moto, ma chi decide quando una passione può nascere? Quella sera mentre sfrecciavamo verso la fantomatica città della salvezza, ero felice anche se avevo freddo. Pensieri disparati si rincorrevano nel tentativo di riscaldarmi. Ogni tanto il  piatto velluto di oscurità intorno a noi sembrava prendere vita. Ma cosa si muove lì? Uno, due uomini ( o donne?). Una bicicletta. Niente torcia. Solo gli occhi come fari nella notte. È abitudine. Sono nati in questo nero. Sanno camminare nel buio. Tornano a casa praticamente ad occhi chiusi. Ad un tratto l’aria cambia. Più calda. Un calore artificiale. Odori diversi. L’umido sentore della foresta lascia il posto al pastoso profumo d’olio di palma. Siamo arrivati. Ecco qualche fuocherello alla cui fiamma si stagliano pigramente le prime capanne. Dungu. Finalmente. La prima cosa da fare è cercare un posto dove dormire. Domattina ci si organizzerà per cercare una nuova gomma. Il piccolo seminario degli Agostiniani ci accoglie ( lascio libera interpretazione a questo verbo che include qualcosa che si chiama pagare)  e così, un po’ preoccupati per il resto della compagnia che non è con noi, ci addormentiamo felici di essere arrivati.
La nostra domenica a Dungu l’abbiamo passata da turiste, se così si può dire. Girare per le strade di un villaggio congolese che non è Rungu, è stato strano. Abbiamo cominciato a cercare tra la folla che lasciava la chiesa, quelli che per noi sono ormai più che conoscenti. “Ma quello lì non è Duabo?”. “Ehi, lì c’è la piccola bambina che va alla scuola materna!”. Solo miraggi. Solo somiglianze. Spalle simili. Capelli simili. Ma non sono loro. Non siamo a casa. E a confermarcelo è la presenza di gas di scarico nell’aria. Qui per la posizione particolarmente a rischio ( siamo nel cuore della cosiddetta zona rossa della RDC) ci sono decine di organismi internazionali che hanno la loro sede e che si muovono con  vetture e camion. Uno di questi passa stracarico di caschi blu. I militari delle Nazioni Unite. Tutti bianchi. Oh! Sono mesi che vivo circondata dalla pelle scura, rivedere dei visi chiari mi suona familiare ma allo stesso tempo bizzarro. Ci salutano come matti! Si creano buffi meccanismi quando sei straniero in una terra e incontri per caso qualcuno che viene dallo stesso continente che non conosci nemmeno o se girando per il mercato incroci gli occhi azzurri di una ragazza statunitense che ti fa un cenno. Come a dire: ti vedo. Ci si sbraccia per salutarsi. Per riconoscersi. Al contrario se ti capita di passeggiare nella tua cittadina di provincia, finisci per evitare di salutare perfino chi dovresti ! Non è forse così?
Tutto sommato Dungu non è tanto diverso dal nostro villaggio. I suoni. I colori. I profumi. I bambini che corrono a stringerti la mano. La gente con i suoi sguardi tra il “Eccone due altre. Che buffe che sono con quei capelli lisci” e il “Ma da dove saltate fuori?”. Qualcuno ci scambia per qualcun altro. Altri ci chiamano solo mondele. Un altro ancora grida “ Mbote Mariemoiselle” in un misto di non so che lingua. E noi? Sudiamo e continuiamo a mangiare la polvere. A sperare che i nostri eroi tornino a prenderci. Nell’attesa lo stomaco brontola. Compriamo due cucchiai di pasta di arachidi avvolta nelle foglie di banano e due bignè di manioca fritti nell’indigeribile ma gustoso olio di palma. Un po’ di fresco sotto la capanna. Il silenzio è rotto da una vettura. Sono loro! La squadra è di nuovo al completo. La nostra Land Rover è tornata in piena forma e ha già adempito a quella che è la sua missione: trasportare medicinali e materiale sanitario per l’ospedale. È per questo che siamo qui. Ci lasciamo guidare per le vie del villaggio. Passiamo sui famosi due ponti che permettono di valicare un altro affluente del fiume Congo, il Kibali. Il pomeriggio c’è grande frenesia dall’altra parte della riva. Il mercato attira la gente. Sapone, bibite, abiti, pile, benzina. Il caldo è pressoché insopportabile. Qualcuno ci chiama per nome. Ma come? Chi è? È una signora di Rungu! Come non possiamo non pensare   “ Come è piccolo il mondo!”. Chi se lo aspettava che avremmo davvero incontrato qualcuno che ci conosceva! Ed è come sentirsi a casa.
Giovani e non sono stipati davanti alla tv di un ristorante. Si disputa un grande match. La squadra di calcio della RDC gioca contro la Guinea Equatoriale. Penso proprio che il calcio sia un collante sociale, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Non ci resta che tifare e gustarci un buon piatto di riso e pondù per poter poi andare a salutare questa giornata, pronti per il viaggio di ritorno dell’indomani.
È l’indomani, lunedì. Sono appena andati via due ispettori dell’ufficio immigrazioni. Hanno voluto sapere chi eravamo e cosa facevamo lì. Dare un’occhiata ai nostri documenti. Porco cane! Vuoi vedere che c’è qualcosa che non va? Il sudore mi imperlava la fronte mentre maledicevo la burocrazia mondiale. Troppe scene da film nella mia testa ( lo ammetto), ma alla fine non si è realizzato niente di quello che temevo. Pura formalità. Arrivederci e grazie. Buon soggiorno e buon rientro. A proposito di rientro. È arrivato il momento di caricare con attenzione e studiati calcoli tutto il nostro prezioso carico. Ci diamo da fare a svuotare , riempire , scocciare, imballare, legare, incastrare, montare, assicurare, stipare, equilibrare. Il sole picchia già alto. L’auto è pronta. I posti liberi per noi questa volta non ci sono. Il ritorno sarà in moto. Indossiamo i nostri giubbini da combattimento e ci accomodiamo nello spazio accuratamente lasciato libero tra lo chauffeur e il grosso sacco che c’è su ognuna della due moto.  Ecco si, diciamo pure che “accomodarsi” non è forse il termine più adatto a quella che è stata la nostra sistemazione. Ogni sobbalzo uno sbilanciamento ora a destra, ora a sinistra. Una testata al casco di Celestin che poveretto doveva districarsi tra il mio peso e il fango sotto le ruote. Ma prima di arrivare a questo non posso dimenticare il cuore che ha rischiato di venire fuori quando per passare su un buco in mezzo alla strada, la nostra jeep ha slittato sulle plance messe a mo di passerella. Un attimo. No. Non ha precisamente slittato, è pericolosamente uscita dal binario di fortuna poggiando sulla carrozzeria. Se non fosse stato per la prontezza di riflessi di Dido, non so quando e se avremmo ripreso il nostro già posticipato ritorno, anche a causa di un piccolo posto di blocco che abbiamo superato fornendo tutte le carte in regola e allungando qualche franco (…).
Ovviamente come già per l’andata, le avventure non si sono fatte attendere. Tutte da un’altra prospettiva questa volta. La prospettiva delle motocicliste. Chilometri di strade fatte di fango. Fango di quello che sembra prendere vita e risucchiare le ruote. E ti porta a scivolare. Fango che fa da letto a pozze d’acqua che formano veri e propri fiumi su quella che in altre parole è l’autostrada. Ci sono stati momenti in cui vedere il mio Celestin fare leva sulle sue ginocchia per farci uscire da quella fanghiglia micidiale, mi ha fatto davvero venire voglia di piangere. Allora smontavo e almeno cercavo di rendergli un tantino più leggera la moto. I miei piedi affondavano nella poltiglia. Ogni passo un risucchio. I passanti senza scarpe mi salutavano ma io ero troppo concentrata a non perdere l’equilibrio. Lanciavo uno sguardo un po’ più in avanti, un po’ più in là …ma quando finisce questo pantano??? La melma era tutta davanti a noi. Infinita. Ad un certo punto sembravamo dei birilli in groppa ad una moto. Siamo caduti due volte ! Ci siamo rialzati con il sorriso sulle labbra perché niente era rotto ( d’altronde a 10 km all’ora è un tantino difficile…) giusto in tempo per vedere la moto che veniva nel senso opposto cadere a sua volta. Ma tra una scivolata e l’altra si trova il tempo per parlare dell’Italia e del Congo, del cibo, dei viaggi in bicicletta fatti già su quella stessa strada, del percorso di studio che si vorrebbe intraprendere “ l’anno prossimo, perché in questo devo lavorare per mettere da parte i soldi”, delle tradizioni e della vita. Attraversiamo di nuovo la savana. Questa volta i lunghi fili d’erba mi sfiorano le guance e il vento soffia caldo. Entra con insistenza sotto il cappuccio e mi scompiglia i capelli. Un serpente nero e giallo sembra proprio insonnolito. Non gli va di lasciarci passare. Ogni tanto uno sguardo indietro per vedere come se la cava la nostra auto. Quello che per noi può essere un buon terreno per lei può rivelarsi fatale e costringerci ad un altro rallentamento. Le mie gambe sono un grovigli di crampi. In alcuni momenti vorrei veramente scendere. Ma poi incrocio gli occhi del commerciante ambulante che va lì, da dove noi veniamo e vedo lo sforzo nei muscoli tesi delle sue braccia, le infradito infilate nel retro degli stivali, la maglietta stracciata. Allora stringo i denti e provo un pizzico di vergogna. Cosa penseranno? Ecco la bianca che vive l’avventura, mentre per noi questa è la quotidianità. Beh , in parte è vero. Come è anche vero che non mollo. Che ci sono e riesco a vedere anche a come spesso ci si lascia andare di fronte a cose più grandi di noi, nascondendosi dietro un vittimismo che alla fine riconosco come frutto di una serie naturale di calcoli alla “2+2=4”. Questo è un meccanismo che ci rende tutti uguali. Nei luoghi e nel tempo.
La luna ha già bussato alla porta del cielo perché la lasci entrare perciò, dopo esserci dissetati con delle arance acquistate strada facendo, decidiamo di passare la notte a Niangara. Due bambini si sono fermati un minuto a giocare con me. Mi hanno chiamata. Sventolo la mano e ricambiano. Sono lontani una cinquantina di metri. Muovo un passo verso di loro. Scappano via e si nascondono dietro il muro. Sorrido. Una testolina sporge e mi fa cenno di avvicinarmi. È solo una provocazione perché appena mi muovo scompare ancora. Non è la prima volta che mi succede. Da lontano sono così spavaldi e salutano la “bianca” senza timore, ma appena accenno un avvicinamento…puff! La spavalderia lascia il posto alla soggezione e il coraggio svanisce…!
 Questa volta  ad ospitarci sono i preti comboniani. Il loro convento non è certo una reggia, ma l’accoglienza e la compagnia sono gli arredi migliori per sentirci a nostro agio. Una “doccia” veloce, un pollo che è passato sotto i miei occhi direttamente dal cortile alla padella, quattro chiacchiere, una birra a metà, un materasso infossato, il silenzio della notte.
L’indomani abbiamo anche il tempo per una breve passeggiata nell’aria mattutina. I ragazzi che vanno a scuola. Ancora una volta il bianco e il blu, colori a noi tanto famigliari. Sono le divise. I sorrisi. La campana che segna l’inizio delle lezioni. I quaderni in bilico sulla testa. I bambini più grandi che prendono per mano i più piccoli. Ma di quanto saranno davvero più grandi? Due pollici? A volte anche meno. Mancano circa sei ore al nostro agognato rientro. Rimontare in sella alla moto ci fa avvertire i primi scricchiolii muscolari e ci ricorda per un attimo quello che è stato il nostro viaggio di ieri. Incredibile come riusciamo a dimenticare la fatica appena qualcosa d’altro ci distrae. Anche oggi non mancano gli intoppi. Per due volte i nostri fantastici 4 hanno dovuto creare a colpi di machete una strada alternativa per aggirare due grossi camion impantanati. Il secondo , in particolare, è veramente messo male. Tutti gli operai hanno perso la grinta. Cantano e ci guardano. Noi approfittiamo della sosta per sgranchirci le gambe e porci alcune domande su quello che vediamo. La foresta sembra ispirarci pensieri bizzarri.
Ormai manca poco. Celestin cronometra i chilometri. Conosce a menadito ogni capanna e ogni albero. Ma come fanno ad orientarsi? Un mistero per me. Sentimenti contrastanti mi animano. Da un lato sogno la doccia e casa mia, rivedere Rungu e le persone che adesso sono la mia famiglia; dall’altro mi dispiace smontare dalla moto, salutare il mio chauffeur, scendere con i piedi per terra e impedire al vento di sferzarmi il viso.
Siamo a casa adesso e come alla fine di ogni viaggio, il cuore mi batte forte. Chiudo gli occhi e penso che non c’è modo migliore di gustare il mondo in tutte le sue infinite sfaccettature  se non immergendosi in esso, senza se e senza ma, con il bello e il cattivo tempo, con la strada asfaltata e non, con le camere d’aria bucate e integre, con gli sguardi truci e i sorrisi, con gli acciacchi e senza. Mi volto indietro, guardo il cammino che ho appena concluso e canticchio….. “ Siiiii, viaggiareeee! Nanananananana”.
http://www.youtube.com/watch?v=fSDNJzxuVaw